Ovvero come raccontare l’animo umano senza bisogno di eroine
Ci sono autrici che ci entrano dentro senza nemmeno far rumore.
Per me, Jane Austen è una di queste.
Nata nel 1775 e vissuta nei primi decenni dell’Ottocento, in piena epoca georgiana, Jane Austen non ha mai viaggiato molto e non si è mai sposata. Era figlia di un pastore anglicano e sorella affettuosa di Cassandra, con cui condivise gran parte della vita. Una vita che potremmo definire tutto sommato raccolta, sobria, immersa in ambienti familiari e borghesi, ben lontana dai riflettori o dalle ribalte pubbliche che oggi colleghiamo al successo letterario. Eppure, nel silenzio di quelle stanze, ha saputo osservare il mondo con una precisione, una profondità e un’ironia sottesa che ho sempre ritenuto disarmanti.
E lo ha raccontato, come solo i grandi sanno fare: con semplicità.
Educate per essere sposate (e possibilmente bene)
Jane Austen vive in un tempo in cui una donna “per bene”, di buona famiglia ma non nobile, aveva sostanzialmente una sola prospettiva: trovare un marito. E non un marito qualunque, ma uno che potesse garantirle una certa sicurezza economica. Perché una donna sola, in quell’epoca (così come nel passato), rischiava di finire ai margini: esposta, vulnerabile, dipendente dalla carità altrui. Una vita senza matrimonio – o con il matrimonio sbagliato – poteva essere davvero una vita in bilico.
Questo non lo dico per giustificare una mentalità passata, ma per provare a guardarla con quello sguardo non polarizzato che tanto amo in Jane Austen. Uno sguardo che cerca di comprendere, prima ancora di giudicare.
Lo si vede benissimo nella figura di Charlotte Lucas, la migliore amica della protagonista di Orgoglio e pregiudizio, che accetta di sposare il signor Collins – un personaggio oggettivamente… faticoso! – ma lo fa con consapevolezza. “Non giudicarmi”, dice a Elizabeth Bennet. E come darle torto? Elizabeth, dice la Austen, è “un misto di dolcezza e di furberia”. E in questa definizione ci trovo tutto: la lucidità, il senso pratico, la femminilità. Ma anche il fortissimo desiderio interiore di non scendere a compromessi, di aspirare al massimo di ciò che la vita può darci.
Una donna che aspira all’amore romantico, e per questo innalzata dall’autrice, che per conto suo sa però leggere il suo tempo e far agire i suoi personaggi di conseguenza.
Uno sguardo che comprende, non che condanna
Quello che rende Jane Austen così attuale, secondo me, è proprio questo: ogni personaggio ha le sue ragioni. Anche chi sbaglia. Nessuno è macchietta, nessuno è totalmente buono o cattivo. Tutti, in qualche modo, cercano un “bene ultimo”, anche quando prendono una strada sbagliata. Un concetto in cui mi riconosco molto, che ha radici aristoteliche e che ritroviamo poi anche nel pensiero filosofico di Tommaso d’Aquino, nella sua idea che ogni scelta umana mira a un fine percepito come buono.
Ecco perché continuo a tornare ai suoi libri. Perché più che una scrittrice “di donne e d’amore”, come potrebbe anche sembrare a prima vista, è un’osservatrice finissima delle relazioni umane. Tra donne e uomini, certo. Ma anche tra sorelle, tra madri e figlie, tra amici, tra mondi diversi che si incontrano – o si scontrano.
Orgoglio e pregiudizio: un libro che cresce con me
Orgoglio e pregiudizio è, da sempre, uno dei miei romanzi preferiti.
La prima volta che lo lessi – nei primi anni dell’università – mi colpirono l’intelligenza di Elizabeth, il fascino un po’ algido di Darcy, i dialoghi pungenti e intelligenti e, naturalmente!, la storia d’amore. Oggi, rileggendolo con qualche esperienza in più sulle spalle, mi colpiscono – forse di più – altri dettagli: le dinamiche familiari e sociali, i silenzi, le strategie messe in campo alla ricerca della felicità. Le sfumature.
E, lo ammetto, la condizione delle donne di allora mi fa forse un po’ arrabbiare, per i troppi limiti e la vanità che sembra così protagonista nelle loro vite. Ma proprio per questo trovo prezioso il modo in cui Austen riesce a raccontarla: con ironia, con eleganza, con una verità che non ha bisogno di urlare.
Modestia o umiltà? Una frase che punge…
“Niente inganna quanto l’apparenza della modestia – sentenziò Darcy – Spesso non è che indifferenza per l’opinione altrui e qualche volta una forma indiretta di orgoglio.”
(Orgoglio e Pregiudizio)
Questa frase, tra le meno mainstream ma più profonde del romanzo, mi ha sempre fatto riflettere.
Perché è profondamente vero come la modestia, se ci pensiamo, possa diventare un trucco. Un modo per ricevere approvazione dopo essersi “abbassati” esponendo i propri difetti. Penso sia una tentazione che viviamo tutti, per il bisogno innato di essere riconosciuti, ammirati e – in definitiva – amati, ma anche un mezzo di ottenere tutto questo falsato, che non permette una reale messa in gioco della persona nella relazione, è solo “più facile”.
L’umiltà, invece, è tutta un’altra cosa. Per me, l’umiltà non è solo riconoscere i propri limiti – anche quelli ben nascosti – ma è anche riconoscere i propri talenti e saperne essere grati. Non per vantarsi, ma per servire.
È equilibrio. È dire: questo non ce l’ho e posso solo migliorare, questo ce l’ho, non l’ho scelto, ma posso farne buon uso.
Solo così, credo, si può evitare che la falsa modestia diventi una forma sottile di orgoglio mascherato. Ed è proprio questo che, probabilmente, Darcy intende. D’altra parte, è estremamente difficile da mettere in pratica, ma anche per questo la trovo così affascinante e così profondamente umana come virtù.
La felicità nel matrimonio: fortuna o scelta?
“La felicità nel matrimonio è interamente una questione di fortuna.”
(Orgoglio e Pregiudizio)
All’epoca di Jane Austen, forse era davvero così. Le occasioni erano poche, le scelte limitate, la logistica complicata. Si conoscevano poche persone, in contesti ristretti, e molto più spesso di quanto si potesse desiderare non si aveva il lusso di poter “scegliere” davvero.
Oggi, le possibilità sono molte di più. Eppure… siamo davvero più felici nelle relazioni? O abbiamo solo un orizzonte molto più vasto che ci fa venire un po’ le vertigini e percepire un molto più vasto margine d’errore?
Quello che temo, oggi, è che a fronte di un mondo ricchissimo (forse troppo) di opportunità, siamo spesso impreparati a riconoscere quando incontriamo davvero la persona giusta (e ci sarebbero fiumi di parole da spendere su cosa significhi davvero “persona giusta”). E se anche la riconosciamo, rischiamo di cadere in una trappola sottile: pensare che il matrimonio sia un punto d’arrivo.
Come nei film che si chiudono con il fatidico e tanto agognato “sì” e poi… titoli di coda!
In realtà, credo che il matrimonio – quando lo si sceglie – sia l’inizio di tutto. Un percorso che può senz’altro essere impegnativo e ricco di sfide, ma che è in realtà profondamente generativo e appagante nel più profondo e capillare senso del termine.
Il problema, forse, è che non ci sono abbastanza storie che raccontano la bellezza della vita matrimoniale. Le narrazioni contemporanee – cinema, letteratura, social – ci mostrano molto più facilmente quando va bene l’innamoramento come unica prospettiva di amore, quando va male la disfunzionalità dei rapporti matrimoniali. Ma la quotidianità di un amore che cresce nel tempo e che ci rende migliori e veramente felici? Quasi mai.
Perché?
Forse perché raccontare una famiglia felice è difficile: non ci sono colpi di scena, non c’è abbastanza “conflitto” come si direbbe in sceneggiatura.
O forse perché una coppia stabile è meno “redditizia”: consuma meno, risparmia di più, è più autonoma, meno facile da distrarre con stimoli continui.
Eppure io credo fermamente che la felicità coniugale esista. Non come favola, ma come scelta quotidiana, costruita giorno dopo giorno su progetti comuni, su impegno, gratitudine e desiderio reciproco di investire sul bene dell’altro.
Certo, richiede anche (ma mica “solo”!) del sacrificio. Ma perché siamo disposti a sacrificare ogni cosa (anche la salute) per tutto il resto – carriera, visibilità, successo, relazioni sociali… – e non per un progetto di amore duraturo che ci promette – se ci mettiamo in gioco davvero – vette altissime di meraviglia che non avremmo mai immaginato da soli?
Una conclusione (provvisoria, come tutte le cose vive)
In questo viaggio tra pagine, personaggi e domande, mi porto a casa – ancora una volta – l’eleganza lucida e intelligente di Jane Austen: la sua capacità di comprendere senza giudicare, di raccontare senza forzare, di osservare il mondo con ironia e profondità.
Che si parli di modestia o umiltà, di condizione femminile o di matrimonio, ciò che più mi colpisce è il suo sguardo sempre umano, mai assoluto.
E forse oggi, in tempi che sembrano sempre più polarizzati, è proprio questo ciò di cui abbiamo bisogno: uno sguardo capace di riconoscere il limite e il dono, di distinguere le sfumature, di lasciare spazio alla complessità senza cedere al cinismo.
Mi piacerebbe continuare a riflettere su questi temi anche con chi legge, perché sono questioni che toccano tutte e tutti, in modi diversi, a seconda del tempo di vita che stiamo attraversando.
E parlarne – con rispetto, libertà e profondità – può essere il primo passo per costruire, insieme, nuovi modi di pensare (e vivere) il presente.